lunedì 22 settembre 2008

E LA BARCA TORNO' SOLA ( e a noi che ce ne importa). Due parole sulla due giorni dedicata agli "Alpinisti ciabattoni" di A. Cagna

Per prima cosa il libro. L’amore per un libro lo si può dimostrare in tanti modi: uno è sicuramente leggerlo; un altro è rileggerlo - magari a distanza di tempo. Un altro modo ancora per dimostrare l’amore per un libro è quello di regalarlo alla morosa – ammesso che lei non lo restituisca con modalità olimpioniche a mezzo lancio mirato alla testa, avendo ella intuito la orribile verità che forse la amiamo meno di quel coso con le pagine.
Però il modo più vicino al sottoscritto, di mestiere teatrante, consiste nell’entrarci dentro con il corpo. Camminare un libro, più che camminarci dentro.
La seconda cosa è più agevole della prima: perché camminare dentro al libro vuol dire seguire il filo dell’autore. Camminare il libro può voler dire andarci dentro e fuori, usarlo come mappa fisica e immaginaria, farlo interagire con altro, come fosse un reagente chimico e vedere quanti altri prodotti produce.
Per questo sono grato al professor Augustini… pardon…, ecco il piede che mi è andato di là, di là, dico, a infrascarsi fra le pagine dei “Ciabattoni” (perchè è di questo libro che sto parlando)… pardon, volevo dire, sono grato al professor De Gennaro, che ci ha raccontato, sulla panca di pietra della villa dell’architetto Franzosi in Artò, la fantastica e nello stesso tempo verosimile; o meglio fantasticamente verosimile (o verosimilmente fantastica), sua lontana parentela col mitico capitano Errero, raccontato nei “Ciabatoni”, marinaio catalano di stanza in Pella, su per il monte, ma tanto voglioso de mar, e di chiurli del vento, da decidere di stabilirsi sulle rive di Oira, nella locanda vista lago dal nome “Albergo del Pesce”.
Sono grato al professor De Gennaro dicevo, perché ci ha fatto uscire dal libro per farci entrare meglio dentro a esso - non so se mi spiego - raccontandoci i fantasmi della storia vera di contro a quelli della storia finta. Così come sono grato al Lino Cerutti che ci ha dato la statistica sulle osterie presenti in Omegna al tempo del Cagna, con usi costumi tariffe e modi di dire come una nota a piè di pagina, uno svolazzo del pensiero a lato del racconto. E gratissimo a Laura Pariani di aver arabescato, col suo racconto, tutte quelle linee della visione che chiunque contempli il paesaggio del lago segue con gli occhi che vanno a voli sghembi come la rondine; grato di averci fatto diventare tutti rondine, percorrendo con gli occhi del suo racconto quelle stesse linee. E così via.
Forse adesso potrei, in quanto regista e attore fra gli altri di questa due giorni teatral-camminante dentro e fuori i Ciabattoni; potrei forse, dicevo, raccontare un po’ quello che è successo durante la salita da Pella ad Artò, dove a un certo punto io e i miei attori abbiamo abbaiato i pensieri neri del Gaudenzio che non ce la fa più a salire per quella mulattiera ripida come una scala a pioli; ringhiando quelle parole buie che il Gaudenzio solo pensa, sulla testa degli spettatori che passavano sul sentiero di sotto, noi invece arrampicati su enormi castagni secolari, sospesi come altrettanti cerberi sulle teste ridenti di chi passava.
Potrei raccontare di incontri con uomini straordinari, come quell’enorme mucca con le orecchie marchiate da cartellini gialli a cui abbiamo chiesto informazioni sulla strada per Artò, e lei sventurata quasi barrendo rispose.
Potrei infine raccontare della scena finale di Omegna quando tutti gli attori si imbarcano per tornarsene nella loro Lomellina ideale (la Lomellina che è dentro tutti noi insomma), e salgono, tutti gli attori, per davvero, su una barca di legno, tipo comballo del lago di Como, di proprietà del signor Cesare, a cui cacchio dovevo regalare una copia del romanzo e mi sono dimenticato scusi signor Cesare, che però non riesce a staccarsi dalla riva, ‘sto comballo, a motivo delle onde altine che vanno verso terra, col Cesare che cerca di staccarsi dalla riva, spingendo con tutte le forze il remo contro la pietra del muretto, e noi che facciamo ciao ciao dal marciapiede con gli attori in barca fermi immobili già un po’ pallidi mentre il Cesare è diventato viola dallo sforzo immane... ‘sto cacchio di lago che tutti gli altri giorni è stato un olio e solo ora ci diventa un Maelstrom…
Insomma potrei raccontarvi questo e altro ancora, ma per educazione non posso dilungarmi oltre, solo volevo dare un ultimo ringraziamento al prof De Gennaro perché mi ha confermato dall’alto della sua scienza una cosa di cui mi ero accorto anch’io, magari non proprio alla prima lettura: e che cioè la tirata finale del Gaudenzio che c’ha gli incubi per la sua vita meschina e inerte, dopo che si è pigliato uno schiaffo in una rissa nell’osteria “Dal Cecco” in Omegna; tutto quel rivoltarsi nel letto contemplando l’orrore della propria vita vissuta fino a quel momento, e all’alba poi quei pensieri consolatori di pentimento, che finalmente lo acquietano conducendolo al sonno, altro non sono che parodia del noto e ben più articolato racconto della notte dell’Innominato nei Promessi Sposi.
E allora, detto questo, molto umilmente, ma anche un po’ trionfalmente (in tono umilmente trionfale, o trionfalmente umile insomma…), vorrei dire ai posteri qui presenti che anch’io ho fatto una piccola scoperta: per carità, senza volermi sostituire a chi più di me possiede scienza, credo che in fondo anche la partenza dei Gibella da Omegna, si possa leggere come se avesse dentro un eco - un po’ meno marcato di quanto accade per il pezzo dell’Innominato - dell’”addio ai monti” di identica, manzoniana memoria.
Pertanto, nel nostro spettacolo omegnese, quel finale nella barca con la barca che non va, era così commentato, a riva, a tutta voce, dal sottoscritto (chiedo umilmente perdono al dott. Manzoni):
E il sor Gaudenzio, staccandosi da riva, pensava: - Addio, addio, addio, addio,addio monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, ma al sottoscritto del tutto estranee non meno che lo sia l’aspetto del mio più fiero nemico; addio torrenti de’ quali si distingue lo scroscio come il suono delle liti più aspre.Ville sparse e biancheggianti sul pendio come crocchi di damerini impomatati e molesti; addio!Ah quanto è allegro il passo di chi, avendo villeggiato tra voi, se ne allontana! Addio! Addio! Addio!

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